( domenica, 20 settembre 2009; 16:33 )

vorrei poter buttare via dei giorni. e aggiungere dei mesi.
vorrei poter buttar via il secondo giorno del duemilanove quel telefono che non squillava mai e gli euro rimasti incastrati nelle cabine telefoniche della rambla solo per sentire una voce un mi manchi un appena torni ci vediamo, e niente, non sentire proprio niente; neanche un -buon 2009- neanche quello.
vorrei buttar via i giorni di fine febbraio con le occhiaie viola e le labbra scolorite e la faccia grigia e gli occhi sempre gonfi ed il cuore difettoso solo per colpa di notti insonne ad inseguire fantasmi inutili a inseguire frasi , quelle frasi come bottiglie di champagne d'alta qualità svuotate e rotte sul parquet, quelle frasi di vetri rotti e schegge sotto pelle.
il dispiacersi -di non bastare.
e vorrei aggiungere mesi vorrei che i miei sedici anni fossero durati il doppio cancellare i diciassette, i lividi sulle braccia e la caviglia destra fratturata solo per inseguirti alle 2 di notte dietro la fermata della metro di Chalk Farm.
vorrei aggiungere mesi con quella sicurezza addosso che non ho più,
vorrei tornare a non dover mettere sempre le mani avanti e poi costruire barriere,
vorrei poter restare nuda e non avere paura di tutte queste cicatrici - queste cicatrici da nascondere con classe.

e poi capisco che è tutta una questione di numeri,
le 3 sigarette che ti ho rubato la mattina di natale,
il mio numero di telefono che sapevi tu e non io, i nostri 364 giorni, la somma delle nostre date di nascita, il numero civico di casa tua che non ho mai imparato - 91 o 93?- ancora non lo so.
i 30 euro del biglietto per firenze. il 14 febbraio senza baci perugina.
la costellazione formata da quei tuoi quattro nei.
e i discorsi inutili sulla politica. ed io che mi incazzo e poi sbadiglio.

tanto settembre mi porterà via con se, e l'unica cosa che vorrei ad ottobre è che l'autunno diventasse primavera e iniziare a fare seriamente gli scatoloni per il trasloco e diventare grande e ricomprarmi il thè alla vaniglia da fare dopo la doccia mentre sono ancora in accappatoio e la casa è vuota e canto filastrocche inutili a squarciagola - anche se sono una campana-macchisenefrega.
Perchè settembre mi porterà via con se e poi arriverà ottobre ed io vorrei solo riuscire a non cadere
come le foglie
sopra le foglie

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( mercoledì, 16 settembre 2009; 15:52 )

d'altronde è feroce settembre.
(ne parliamo fra un po'. metto i pensieri in ordine.)

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( mercoledì, 02 settembre 2009; 19:39 )

Come quando
fuori piove
ed hai finito le sigarette.
E tua madre dorme sul divano dicendo che è distrutta e tuo padre sta a lavoro e tuo fratello è inchiodato alla playstation e tu hai esaurito i numeri in rubrica da chiamare e le pagine web dove farti i cazzi degli altri.
E' così chic al giorno d'oggi fare foto - pensavo- lo diceva anche Lui.
Tutti hanno una reflex. Tutti amano le polaroid. Tutti si sentono artisti. Tutti con le loro etichette come fossero vestiti e non persone.
Quando io Gli dicevo che facevo foto, Lui non ci credeva. Pensava che io facessi foto - cometuttiquanti. Ed eravamo ad un oceano *letteralmente* di distanza dall'italia, da internet e da qualsiasi altro posto nel quale avrei potuto mostrargli qualche mio scatto. Allora continuava a dirmi - si certo, hai ragione, grande fotografa!- con il tono saccente che sa fare solo lui in modo che sia buffo e non fastidioso.
Lui era buffo. Nonostante sembrasse disegnato ; dato che tutto nel suo viso era armonioso e regolare, era buffo. Ed è per questo che mi piace(va). Non era bello e basta era bello e strano e parlottava fra se e se come faccio io e mi raccontava dei suoi sogni della sua musica dei suoi film muti delle sue carenze dei suoi fallimenti, del lato freddo del letto e dei viaggi. E me ne raccontava come fosse una storia di quelle da dire ai bambini prima di andare a dormire, con i toni pastello e la voglia di -nonostantetutto-non fermarsi mai. E per due notti mi ha - amata - come nessuno mai c'è riuscito in una vita o in un mese o in un anno intero ed io non mi sono mai sentita - amata - in un modo tanto innocente e senza un motivo reale farlo, lui non sapeva neanche chi fossi, se non quella lì - quella conosciuta un po' ubriaca che canticchiava stupide canzoni e che parlava della fotografia come fosse l'unica cosa che conta.
Ed era da tre anni che una persona non riusciva a prendere il primo posto, prima della fotografia, tre anni che niente e nessuno riuscivano essere l'unica cosa che conta.
e tu
solo per due notti ma
ci sei riuscito.



* ed avete presente quei film dove tipo lei s'innamora alla follia di uno di cui sa appena il nome e sta per prendere il treno per tornare a casa ma sa che non lo rivedrà mai più allora proprio mentre si stano chiudendo le porte lei torna indietro e lo va a cercare? ecco io l'ho fatto.

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( lunedì, 13 luglio 2009; 03:21 )

Ho preso un gattino. Si chiama Diana. Dorme con me, e mangia con me, e mi guarda mentre lavo i piatti nel lavandino e mi ascolta mentre canto a squarciagola nella doccia e a tratti sembra anche capirmi o forse mi piace solo pensare che sia così.

*

Sono giorni strani.
Come quando a tredici anni ho montato il mio poster dei pink floyd sulla parete dove - una settimana dopo - ci sarebbe stata una mensola.
era il mio primo poster. lo avevo preso a londra con gli ultimi soldi della vacanza, era gigante e per montarlo ci avevo messo oltre mezz'ora.
chiodi, scotch, sgabello, martello. e poi per riuscire a metterlo dritto, un'odissea.
tutto inutile. dopo tutto quel lavoro è entrata mia madre e ridacchiando mi ha ricordato della mensola. " Spostalo, lì ci dovevamo mettere la mensola, sei proprio rincoglionita! Arriva fra meno di una settimana!"
non ce l'ho mai più attaccato alla parete, quel poster.
io lo vedevo bene là, avevo preso le misure ci avevo faticato, là, su quel pezzo di muro.

è sempre così.
sbaglio le misure. calcolo male qualcosa.
sbaglio per delle cavolate insignificanti, e mi si smonta tutto.
e non mi piacciono i secondi tentativi, ci metto troppo il cuore la testa il sudore la voglia nel primo
per ri-fare tutto da capo.
e alla fine rimango senza qualcosa
quella volta è stato il poster.

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( venerdì, 12 giugno 2009; 20:58 )

vorrei ritrovare la forza per scrivere un blog per non piangere sentendo stupide canzoni per ridere come prima per risolvere i problemi pensando a qualcosadi buffo e basta vorrei ritrovare la forza per non indossare solo maschere di felicità ma sentirla dentro e fuori e intorno e ovunque -mia, e vera. vorrei un animaletto domestico di cui prendermi cura che non sia mio fratello, vorrei sentirmi un po' più sulle nuvole e non ancorata al cemento vorrei riuscire a parlare con mio padre - ogni tanto, vorrei riuscire a parlare con troppa gente - sempre ma poi perdo le parole il coraggio la voglia e vorrei rifare le mie cazzate vorrei continuare a buttarmi senza freni senza paura senza indugiare e pensare a come andrà a finire vorrei (ri)tornare, a quando tutto era semplice.

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( lunedì, 08 giugno 2009; 02:36 )

Su questi cazzo di blog buttiamo via del tempo per far vedere al mondo quanto siamo più fichi degli altri. Quant'è più fica la mia vita della tua. Guarda quanto sono matta mi sono ubriacata alle tre di notte a casa di mia cugina.
Guarda quanto sono fica mi sono scopata il nuovo stronzo di turno. Mi sono tinta i capelli. Mi bocceranno. Ho un'unghia spezzata -o il cuore spezzato. Io soffro, piangete per me. Vorrei dire al mondo che il mio fidanzato mi rende felice. Ho dato un senso alla mia esistenza comprandomi l'ultimo cd del nuovo gruppo super indie CHETUNONCONOSCI.
O YEA.

Io non lo so perchè ho ri-preso a scrivere un blog
forse perchè nonostante tutto
anche io devo dirvi qualcosa.
e magari finirò come tutti a dire sempre le stesse terribili, noiosissime cose; però ci provo.

E' che non c'è cosa che faccia più male, del sentirsi traditi - ma prima baciati
credo che se Cristo fosse nato ai giorni nostri, Giuda avrebbe avuto una degna concorrenza.

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( venerdì, 10 aprile 2009; 19:20 )

punto accapo.

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( martedì, 03 marzo 2009; 21:27 )

Martedì 3 marzo, buongiorno.
Come tutti i giorni mi sveglio e vado a farmi il caffè; il martedì mattina profuma di - lasettimanaèappenacominciata- ed è così buffo posare una mano sulla macchinetta del caffè e bruciarsi appena i polpastrelli, prendere la presina appesa sopra i fornelli, versare il tutto in una tazzina ed osservare il fumo che esce, e pesare che quella scena io l'ho già vista. Avevo appena 7 anni e mia madre lo faceva ogni mattina, era un rituale lento e rassicurante, mi faceva sentire la sua presenza. Con la sua vestaglia bianca con il pizzo alla fine, si muoveva esperta nella nostra cucina, si versava il caffè e si sedeva esattamente dove adesso ero io, con gli occhi un po' più stanchi dei miei e i capelli più lunghi. Io la guardavo sempre dalla sala da pranzo, attraverso la porta socchiusa bevendo latte e nesquik e cercando di vedermi "da grande". Perchè pensavo che a diciotto anni si diventa grandi. Non come i genitori, ma quasi. Pensavo che avrei bevuto il caffè e guardato il telegiornale ed avrei avuto la patente e un fidanzato che poi avrei sposato. Pensavo che non mi sarebbe più servito salire in punta di piedi per arrivare al lavandino, che sarebbe stato tutto più bello. Poi non si sa bene come ci si arriva, a questi diciotto anni. Ci si arriva fra i tredici anni a urlare i nirvana con le cuffie nelle orecchie pensando che Kurt Cobain fosse l'unica cosa che si avvicinasse a Dio con le prime sigarette rubate a papà e fumate nel bagno della scuola, ci si arriva con i quattordici che pulsano e sembrano sfuggire di mano, che scalciano e che ti fanno scalciare contro le porte, contro le emozioni, contro la vita. E poi i quindici a fare i conti con la morte - troppo presto che si porta via la gente ancor più presto, a non capire o a capire tutto insieme di colpo. E il primo concerto del primo maggio con i fiori nei capelli e i pantaloni larghi e ''bella ciao'' fischiettata sotto il sole convinta che la vita fosse tutta lì, stretta in un pugno insieme alla felicità. Quanto corrono poi i sedici, fra le nottate in motorino e i portabagagli delle macchinette, fra le foto stropicciate fra l'imparare l'amore e sentirlo pungere nello stomaco e nelle viscere - insieme alle telefonate prima di andare a dormire, i progetti troppo grandi, i sogni ovunque tranne che nel cassetto . I viaggi d'istruzione del liceo e le passeggiate in silenzio in riva al mare, le fughe di casa alle 2 di notte senza farsi sentire dai genitori che ti avevano proibito di uscire e le bugie e i notiprego e i amamisenehaicoraggio - emihaiamatacomenessunomai,allafine.
E ora che sono diciassette più che finiti
adesso che fra dodici giorni ho diciotto anni - mi sembra ieri che guardavo mia madre fare il caffè.

* E quante maschere quanti comportamenti da indossare insieme ad aggettivi inutili - solo per apparire migliori , in tutti questi anni
ma è del tutto inutile quando mi guardi e mi spogli senza muovere un muscolo
mi affondi.

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( giovedì, 26 febbraio 2009; 23:17 )

Ti prego sii l'unica cosa che conta, l'unica cosa, l'unica.
Ho il cellulare davanti spento, un mazzo di chiavi un accendino che non funziona un apribottiglie mezza bottiglia di cocacola il posacenere pieno di mozziconi accartocciati uno appoggiato all'altro sdraiati nella cenere.
C'è il telefono a forma di mucca, un pacchetto di camel light vuoto da ieri, qualche pennarello finito da anni che non mi decido a buttare.
Nel cassetto una foto vecchia di un paio d'anni, nascosta con cura dagli sguardi ma non dal cuore. E i pensieri mi si incastrano fra tutte queste inutilità materiali e il cercare di capire fissando senza guardare veramente il legno del parquet.
La notte mi scivola addoso. Si ripiega su se stessa.
Non ho più le parole, se ne sono andate, mi hanno lasciata così.
E ti prego, sii l'unica cosa che conta. Adesso.


# Vorrei fosse agosto e sentire le onde del mare morire sulla riva.

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( giovedì, 12 febbraio 2009; 13:35 )

Ogni tanto mi ricordo che dovrei pensare a cosa fare di me. Ogni tanto mi ricordo che ho (ormaipraticamente) diciotto anni e troppi sogni troppe cose da fare troppi ma lasciati a mezz'aria indietro che devo affrontare. E mi chiedono cosa vuoi fare da grande, Lucrezia? Ed io bho. Checazzonesò, mi viene da dire. A cinque anni dicevo la pittrice. A sette l'acrobata, chisà perchè poi - l'acrobata. Forse già intuivo che avrei passato la mia vita in bilico su un filo. E dovevo imparare a non cadere. Poi sì, è diventato: la fotografa. E mi fa ridere quando mi domandano "Cosa vuoi fare dopo il liceo, Lucrezia?" e le persone che mi stanno vicine senza neanche pensare rispondono per me "La fotografa!" Ma che vuol dire - la fotografa? In italia vuol dire poco - per me - la fotografa. Perchè a me la fotografia di moda non mi piace e fare i set ai matrimoni tanto meno. A me piacerebbe fare il direttore della fotografia per il cinema. Perchè voglio catturare gli attimi e voglio raccontarli dalle mie inquadrature sbilenche e voglio che parlino e che si raccontino. Io mi scelgo sempre strade è lunghe ed in salita, ma spero di avere le forze per farcela perchè - diomio, io non voglio finire a fotografare coppiette felici in pompa magna - nonmisiaddiceproprio.

.Violet.; ; commenti (7)?

 


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Lucrezia, diciotto anni, roma, foto, tinte per capelli dai colori più assurdi, il colore viola, tatuaggi, tante storie da raccontare, un po' di sogni qualche delusione e un cuore difettoso.

altri angoli del web dove puoi trovarla:
deviantart; myspace; carbonmade;

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immagine: Ghost track
Nuotando nell'aria, Marlene Kuntz