( lunedì, 23 giugno 2008; 20:38 )

Che bello rileggere i miei vecchi post di domenica sera mentre L'Italia gioca contro la Spagna e a me non frega veramente niente, rileggere l'archivio dall'inizio alla fine e ricordarmi quanto sono stata felice in certi momenti, quanto piccola e sciocca in altri, quanto infinitamente triste in altri ancora.
E' tutto un che schifo - non passa mai - non passi mai - fa male - passerà - domani passa - è passato - è tornato - non va via - non vai via - vattene via - finalmente sei arrivato - e poi come sempre - eccetera eccetera.
La mia vita è come dentro un carillon, che apro ogni tanto e che suona una musica sempre diversa, poi si ferma e a volte mi va di caricarlo e risentirlo all'infinito, altre volte lo richiudo e lo metto via.

Queste strade del resto sono un cimitero di ricordi, ogni giardino su cui abbiamo poggiato le ginocchia sporcandoci i jeans di verde erba e ogni panchina dove accendendoci l'ennesima sigaretta abbiamo ascoltato l'ipod e stonato le canzoni che parlavano dei nostri quattoridici anni, fanno male quanto sorridere; non so perchè esista questa legge matematica secondo la quale tutto quello che passa è sempre meglio di quello che si ha nel presente, non so neanche quanto sia vera questa legge, però sai, capita spesso di credere veramente che quella era la felicità e che quella che c'è ora è solo una stupida imitazione invecchiata di una manciata d'anni.
Ho caldo e voglia di dormire, ma non posso perchè stasera più che mai ti aspetto ancora e so come sempre che non arriverai.
E al contrario di quel che si potrebbe intuire, questa non è la stupida storia di un'amore andato a male. E' altro, è la storia del tuo nome vicino al mio ancora incisi su quel portone.

*

! Edit importantissimo in onore di mio cognato ( eh si, oh, è sempre l'uomo della mia splendida cugina!)

Venerdì 4 Luglio,

ore 20:00,

Libreria Flexi
( Via Clementina 9, metro Cavour )

Alessandro Giammei presenta Diramarsi



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( sabato, 21 giugno 2008; 01:42 )

Continuo a prendere treni senza sosta, ormai dormo una manciata di ore a notte e poi cerco di cacciare via la stanchezza poggiando la testa fra il sedile e il finestrino dell'eurostar di turno. Bologna, Roma, Bolzano, Peschiera, Bolzano, Roma, Milano, Roma nel giro di dieci giorni; è un record.
E poi diciamolo, il diciotto giugno duemilatto sono stata al concerto dei Radiohead. Ho urlato, pianto, saltato e sudato come poche volte nella mia vita, ero a qualche metro dal palco e mi si è accartocciato lo stomaco per più di una canzone. Certo, speravo in qualche 'gioiellino' in più dal vecchio repertorio, ma mi sono accontentata lo stesso - e vorrei ben vedere se non lo facevo!
In questi giorni sono successe così tante cose che non riesco a riordinarle tutte e collocarle in un tempo e in uno spazio; è come se il mio cervello avesse un sovraffollamento di immagini ed emozioni. Ho visto Bolzano e me ne sono innamorata, la gente che gira in bicicletta e i prati immensi su per le colline; le piazze affollate e la parlata con tanto di articolo davanti ai nomi che mi fa sempre sorridere un po'. Ho passato le giornate in due su una bici, a fare lezioni di dialetto romano e a scattare valanghe di foto. Ho imparato ad apprezzare anche i viaggi in solitudine, a prendere i treni con i postumi dell'alcol della sera prima per poi fare la solita routine:  stare seduta sulla valigia osservando il cartellone che indica il binario d'arrivo dove dovrai recarti, che puntualmente è sempre l'ultimo che appare per il solito ritardo del treno.
E' come conoscere un po' di più il mondo; si impara tantissimo viaggiando, passando il tempo a  giocare nell' osservare la gente che arriva correndo o che cammina lenta per le stazioni, come se dovesse scegliere ancora il treno da prendere, la meta da raggiungere. Allora mi metto così, a  sognare per ogni personicina  bizzarra un passato, cercando di indovinarne il lavoro, l'età, la vita, l'amore. Se sono fortunata e la persona davanti a me è uno di quei soggetti che mi piace analizzare riesco anche a cacciare via  quei momenti di malinconia che, inevitabilmente, fra un sonnellino e una canzone triste che parte sull'i pod arrivano durante i lunghi viaggi. Quando vedo che inizio a pensare alle cose che non vanno, mentre il paesaggio fuori scorre veloce, porto il mio sguardo da un'altra parte:  mi concentro sulla persona che mi  siede davanti , ne studio i detagli ed inizio a inventare le mie storie.

Ed alla fine eccomi qui, fra viaggi per l'Italia e storie da inventare per non farsi accompagnare sempre dalla malinconia sono nuovamente a Roma, stanchissima ma  felice, perchè ci sono persone che sono entrate nella mia vita e la stanno rendendo più semplice di prima.



( lu piccola viaggiatrice non si ferma più.)

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( sabato, 07 giugno 2008; 00:27 )

noting at all

« Le va una tazza di té prima di andarsene? »
« No. »
« Caffè?»
« No. »
« Succo di arancia! Forse no... Qualcosa di freddo. Coca? Acqua? Una disgustosa bevanda zuccherina che dicono fatta con i frutti della foresta? »
« No.»
« Vuole qualcosa da mangiare? Qualcosa da mordicchiare. Albicocche dentro il miele?  Perché le fanno nessuno lo sa, visto che smettono di sapere di albicocca e prendono il sapore del miele e se uno vuole il miele va a comprarsi il miele, invece della albicocche al miele. Ma comunque eccole qui, sono sue se vuole!»
« No.»
« Dice sempre di no a tutto?»
« No! »
« Mi dispiace molto per il commento "surreale ma bello". Un disastro.»
« Non fa niente, direi che con le albicocche e il miele avevi già toccato il fondo. Forse è meglio non raccontare a nessuno questa cosa.»
« Certo certo, a nessuno. Qualche volta la racconterò a me stesso, ma sta tranquilla, non ci crederò.»

*

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( giovedì, 05 giugno 2008; 00:02 )

Mia nonna se n'è andata, dopo sei mesi di sofferenza, ha chiuso gli occhi per sempre.
E' strano, quando ho ricevuto la notizia non sono neanche rimasta più di tanto scossa, ero indecisa se pensare di essere diventata insensibile o che forse le lacrime le avevo finite in questi sei mesi, da quando i medici dissero a mamma che non c'era niente da fare a tutto il resto del percorso di nonna, un percorso che ha affrontato con tutta la forza che aveva in corpo senza mai perdere la speranza, nonostante piano piano non riuscisse più nè mangiare nè ad andare al bagno da sola, con la rassegnazione di farsi accudire dalle sue figlie, quasi fosse tornata piccola ed indifesa: mi sembrava di vedere una bimba di cinque anni racchiusa nel corpo di una tenera vecchietta malata.
In questi ultimi sei mesi ho visto mia nonna combattere contro qualcosa di più grande di lei, e di tutti noi che le stavamo vicini. L'ho vista essere così forte quasi da fare invidia e l'ho vista anche cadere nello sconforto, mentre con le lacrime agli occhi chiedeva quando sarebbe tornata a Frosinone, nella sua casa, perchè di quegli ospedali non ne poteva più. Avanti e indietro da una clinica all'altra, da casa nostra a quella delle mie zie, cercando in tutti i modi una soluzione, una via di uscita. Che non c'era. Ma si sa, finchè non si è faccia a faccia con la morte non ci si crede, ci si tappa gli occhi. Io per prima ho preferito credere che sarebbe passato, che ce l'avrebbe fatta a vincere quel male, perchè era forte e la sua voglia di tornare a camminare per le campagne, di stare a dormire nel suo letto e di tornare a mangiare senza dover essere imboccata era davvero tanta, tantissima.
Mi ricordo la prima settimana che era all'ospedale. Di punto in bianco era stata catapultata in una clinica, aveva solo accusato male alla pancia e puff: una tac e si scopre che aveva un massa tumorale aggrappata dentro, inoperabile. Ovviamente a lei non è mai stato detto del tumore inguaribile, cercavamo di farle credere in uno ti quei tumori piccoli ed innoqui che vano via dopo un po' di sedute di chemioterapia. Ma nonostante la bugia la paura iniziale l'aveva assalita: lei, donna di campagna, abituata a vivere nella sua casa a Frosinone dove era nata e cresciuta con i soliti amici, in quel paese dove tutti la salutavano per strada mentre scendeva a fare la spesa o comprava qualche piantina dal fioraio; da lì si era ritrovata a Roma in una clinica ad affrontare un tumore.
Quel giorno, quando le diagnisticarono il male che fino all'ultimo abbiamo camuffato in qualcosa di curabile, anche quando non riusciva più neanche a parlare ed andava avanti a punture di morfina, fu la prima volta che la vidi davvero debole e spaurita mentre mi stringeva e mi diceva che lei non voleva morire, che voleva vedere anche i miei figli e il crescere di Ginevra : la figlia di mia sorella che l'aveva resa, con fierezza, persino bis nonna (o nonna bis come diceva lei) .
E da quel giorno, sei mesi sono scivolati via, si sono persi nel giro di una manciata di attimi. Una manciata di attimi in cui non solo mia nonna si è spenta lentamente, ma dove ho visto mia madre avere davvero paura e sentire davvero il dolore, ho visto una mamma forte che non si voleva mai far vedere triste, anche quando tornava in tarda notte a casa dall'ospedale, stremata, ma sorridendo sempre,  per non far intristire noi figli.
Sei mesi scivolati così, e mia nonna nelle ultime settimane non sono neanche andata più a trovarla. Mi sento un po' in colpa, ma non so, l'idea di vederla come un vegetale in un letto di ospedale mi faceva venire la pelle d'oca, non volevo vederla vivere in un corpo dove ormai la vita non c'era più perchè era rimasto solo il male.
Di certo adesso, ovunque sia, ha smesso di soffrire. Ma mi domando ogni  secondo che passa il perchè, questo Dio che ci dipingono tanto buono le ha dovuto dare sei mesi di lunga agonia. Sei mesi di speranze che andavano mano a mano a dissolversi in un dolore silenzioso e lunghissimo.

Non so se questo Dio c'è, e  non so se esiste un paradiso, spero solo tu stia bene nonnina,
e salutami nonno, perlomeno siete di nuovo insieme adesso.


( Alla festa di mia sorella, quando il male c'era ma lei riusicva ancora a tenerlo un po' sotto controllo.
Zia Patrizia, nonna e mamma. Che poi, non era anche una nonna bellissima?  )

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( lunedì, 02 giugno 2008; 01:25 )

Sentivo il tuo degutire.
Era tutto scandito dal rumore della tua saliva che scendeva giù, che creava un piccolo nodo nella tua gola che poi scendeva e si dileguava per fare posto al nodo successivo.

Delle piccole goccioline di sudore si facevano strada sulle tue tempie e i tuoi occhi fissavano un punto indefinito del pavimento.

Ti ho amato per quindiciminuti e trentaquattro secondi in quell'interminabile attesa , poi mi sono persa.



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Lucrezia, diciotto anni, roma, foto, tinte per capelli dai colori più assurdi, il colore viola, tatuaggi, tante storie da raccontare, un po' di sogni qualche delusione e un cuore difettoso.

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Nuotando nell'aria, Marlene Kuntz