( martedì, 03 marzo 2009; 21:27 )
Martedì 3 marzo, buongiorno.
Come tutti i giorni mi sveglio e vado a farmi il caffè; il martedì mattina profuma di - lasettimanaèappenacominciata- ed è così buffo posare una mano sulla macchinetta del caffè e bruciarsi appena i polpastrelli, prendere la presina appesa sopra i fornelli, versare il tutto in una tazzina ed osservare il fumo che esce, e pesare che quella scena io l'ho già vista. Avevo appena 7 anni e mia madre lo faceva ogni mattina, era un rituale lento e rassicurante, mi faceva sentire la sua presenza. Con la sua vestaglia bianca con il pizzo alla fine, si muoveva esperta nella nostra cucina, si versava il caffè e si sedeva esattamente dove adesso ero io, con gli occhi un po' più stanchi dei miei e i capelli più lunghi. Io la guardavo sempre dalla sala da pranzo, attraverso la porta socchiusa bevendo latte e nesquik e cercando di vedermi "da grande". Perchè pensavo che a diciotto anni si diventa grandi. Non come i genitori, ma quasi. Pensavo che avrei bevuto il caffè e guardato il telegiornale ed avrei avuto la patente e un fidanzato che poi avrei sposato. Pensavo che non mi sarebbe più servito salire in punta di piedi per arrivare al lavandino, che sarebbe stato tutto più bello. Poi non si sa bene come ci si arriva, a questi diciotto anni. Ci si arriva fra i tredici anni a urlare i nirvana con le cuffie nelle orecchie pensando che Kurt Cobain fosse l'unica cosa che si avvicinasse a Dio con le prime sigarette rubate a papà e fumate nel bagno della scuola, ci si arriva con i quattordici che pulsano e sembrano sfuggire di mano, che scalciano e che ti fanno scalciare contro le porte, contro le emozioni, contro la vita. E poi i quindici a fare i conti con la morte - troppo presto che si porta via la gente ancor più presto, a non capire o a capire tutto insieme di colpo. E il primo concerto del primo maggio con i fiori nei capelli e i pantaloni larghi e ''bella ciao'' fischiettata sotto il sole convinta che la vita fosse tutta lì, stretta in un pugno insieme alla felicità. Quanto corrono poi i sedici, fra le nottate in motorino e i portabagagli delle macchinette, fra le foto stropicciate fra l'imparare l'amore e sentirlo pungere nello stomaco e nelle viscere - insieme alle telefonate prima di andare a dormire, i progetti troppo grandi, i sogni ovunque tranne che nel cassetto . I viaggi d'istruzione del liceo e le passeggiate in silenzio in riva al mare, le fughe di casa alle 2 di notte senza farsi sentire dai genitori che ti avevano proibito di uscire e le bugie e i notiprego e i amamisenehaicoraggio - emihaiamatacomenessunomai,allafine.
E ora che sono diciassette più che finiti
adesso che fra dodici giorni ho diciotto anni - mi sembra ieri che guardavo mia madre fare il caffè.
* E quante maschere quanti comportamenti da indossare insieme ad aggettivi inutili - solo per apparire migliori , in tutti questi anni
ma è del tutto inutile quando mi guardi e mi spogli senza muovere un muscolo
mi affondi.